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Da Inviato de Le Iene a inviato “spaziale”: il sogno di Marco Berry diventa realtà

Da Inviato de Le Iene a inviato “spaziale”: il sogno di Marco Berry diventa realtà

È iniziato a gennaio il progetto “Yes it’s possible”, il viaggio di Marco Berry, 57 anni, ex Iena, comico, conduttore e illusionista, per diventare il primo civile a volare nello spazio. Un sogno che accompagna il volto storico di Mediaset per tutta la vita, da ragazzo fino al giorno in cui il sogno diventa un progetto concreto e l’intenzione si fa realtà. «Ero a uno degli incontri a cui partecipo nelle scuole per parlare con gli studenti e portare nel mio piccolo la mia esperienza di vita», ha raccontato, «quando un ragazzo mi ha detto di non credere più nei sogni. Ne è nata una sfida e ho capito che per insegnare a sognare bisogna rimboccarsi le maniche».

Andare nello spazio per un civile può sembrare un’idea folle, ma tu hai un piano ben preciso che la rende una possibilità concreta.
«Mi sto allenando duramente per superare tutti i test psicofisici necessari ad andare in orbita, seguito da una squadra di specialisti campioni e, prima di tutto, amici. Dai preparatori atletici, allo psicologo della prestazione, all’ alimentarista…Mi hanno messo sotto! Con la nutrizionista sono passato da Gennaio a Marzo da 86 a 79 kg. In questo mese gli allenamenti si concentreranno su teoria e pratica per imparare a pilotare un aereo. A maggio, invece, arrivano i lanci col paracadute: il campione di skydiving Manuel Basso mi aiuterà a rimettere le ali.

Ho già incontrato anche Maurizio Cheli, storico astronauta e tecnico specialista in missioni Space Shuttle. Voglio prepararmi insieme a chi conosce il significato della fatica” continua. “Prendo esempio dal pugile Roberto Cocco. Mi ha confessato che ci sono state volte in cui ha pianto per la stanchezza. Ogni obiettivo raggiunto è solo un tassello, una nuova partenza verso un nuovo viaggio. Vorrei raccontare questo col mio percorso.

Qual è il tuo obiettivo?

«Sono due.
Il primo è essere pronto per arrivare a chi ha il potere di mandarmi in orbita: da Richard Branson, proprietario della Virgin Galactic, al magnate capo di Tesla Elon Musk, a Xi Jinping e persino Putin. Xi Jinping è quello che mi preoccupa di più» ha commentato Berry. «Sto studiando un po’ di cinese, ma non conosco il protocollo. Branson e Putin mi sembrano più avvicinabili: il primo è un pazzo scatenato, simile al carattere mediterraneo. Con Putin, mi sentirei più tranquillo: so che gli piacciono i giochi di magia. Elon Musk invece ha pochissimo tempo per gli incontri. Dovrò farmi trovare pronto, con un buon livello di inglese, la giusta preparazione tecnica e, in dote, alcuni doni speciali”.

Quali doni?

“Arriviamo al secondo obiettivo: portare con me nello spazio i progetti più innovativi della ricerca italiana. Chiedere di mandarmi lassù solo perché ho superato delle prove psicofisiche potrebbe essere sterile. È giusto che questo progetto sia vettore di qualcosa di più grande. Per questo voglio offrirmi come cavia ed ambasciatore delle eccellenze scientifiche del nostro paese, e fare qualcosa di utile per loro. Il mio è un appello a tutti i giovani ricercatori che vogliono portare le proprie idee più in alto».

Stiamo seguendo la tua avventura dai tuoi canali social. Che rapporto hai con la tecnologia?

«I social in particolare ti sottopongono a un continuo giudizio; a volte dovremmo tutti ricordarci che sono solo un gioco. Io li uso per parlare ai giovani, per dire loro che per sognare bisogna alzarsi e fare fatica. Dobbiamo ricordarci che possiamo cambiare il mondo. Basta chiedersi ‘che cosa puoi fare tu per fare la differenza? Cosa puoi fare tu che gli altri non possono?’. I grandi cambiamenti partono da piccoli passi. Torniamo a sognare, i nostri limiti sono solo nella nostra testa».

Cosa pensano le tue figlie di questo progetto?

«All’inizio pensavano fossi pazzo, ora però mi seguono. Quando faccio lezione di cinese la più grande ride molto. Sono contento. Voglio essere un buon esempio per loro, perché di facile nella vita non c’è proprio niente e anche se non dovessi arrivare nello spazio, posso dimostrare che è il lavoro duro il mezzo che abbiamo per cambiare il mondo».