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Addio Valentino, l’ultimo Imperatore. Si è spento a 93 anni l’uomo che ha vestito i sogni delle donne

Valentino che saluta il pubblico Valentino che saluta il pubblico

Roma si è svegliata oggi orfana del suo Re. L’Imperatore non c’è più. Valentino Garavani si è spento all’età di 93 anni nella sua amata città d’elezione, quella Roma che aveva scelto come palcoscenico per rivoluzionare il concetto stesso di eleganza.

Non serve essere esperti di haute couture per comprendere la vastità di questa perdita. La fama di Valentino ha trasceso le passerelle, i decenni e le generazioni, diventando sinonimo universale di bellezza. “Cosa desiderano le donne? Essere belle”. Era questa la sua filosofia, semplice e disarmante, che ha guidato la sua mano dal 1959 fino all’ultimo respiro. Prima dei red carpet, prima delle top model, prima del business, c’era la missione di rendere ogni donna una dea. E loro, le donne, lo hanno amato come pochi altri creatori nella storia.

La genesi di un mito: dal loggione di Barcellona a Parigi

La leggenda di Valentino inizia l’11 maggio 1932 a Voghera, ma la sua anima nasce altrove. Nasce in una sera d’adolescenza al Teatro dell’Opera di Barcellona, quando il giovane Valentino rimane folgorato dalla visione di eleganti signore vestite di rosso nei palchi. In quel momento, il colore del sangue e della passione diventa la sua firma indelebile. Il “Rosso Valentino” non è solo una tinta (una miscela precisa di cadmio, porpora e carminio), è uno stato d’animo.

Ma ridurre il Maestro a un colore sarebbe un errore imperdonabile. La sua formazione è rigorosa, classica, quasi maniacale. A soli 17 anni vola a Parigi, all’epoca mecca inaccessibile, per studiare alla Chambre Syndicale de la Couture. Lì, dove gli italiani erano guardati con sufficienza, Valentino si impone per puro talento. Vince il prestigioso Woolmark Prize (lo stesso che lancerà Karl Lagerfeld e Yves Saint Laurent) e impara il mestiere da maestri come Jean Dessés e Guy Laroche.

Nel 1959, controcorrente, torna in Italia. Sceglie Roma, la Dolce Vita, Via Veneto. È qui che avviene l’incontro che cambierà la storia della moda. In un caffè incrocia Giancarlo Giammetti, studente di architettura. È un colpo di fulmine professionale e sentimentale che darà vita a uno dei sodalizi più potenti del Novecento. Giammetti diventa la mente, lo scudo, l’amministratore; Valentino resta il cuore pulsante, il genio creativo libero di sognare. Diana Vreeland li chiamerà semplicemente “The Boys”. Insieme, conquisteranno il mondo.

La “Collezione Bianca” e la consacrazione

Se il debutto a Pitti nel 1962 accende i riflettori, è nel 1967 che Valentino entra nella storia. In un’epoca dominata dalla psichedelia, dai colori acidi e dalle stampe hippie, lui fa l’impensabile: presenta una collezione interamente Bianca.
Lo slot della sfilata è terribile, l’ultimo giorno, quando tutti stanno partendo. Ma la voce si sparge: “Bisogna restare”. E chi resta assiste a un miracolo di purezza e architettura sartoriale. È il trionfo assoluto. Da quel momento, Valentino non segue più la moda: la detta.

L’amico delle Regine e delle Dive

Non c’è stata icona del XX secolo che non abbia desiderato un suo abito. Jackie Kennedy ne fu talmente ossessionata da indossare Valentino sia al funerale di JFK sia al matrimonio con Onassis (proprio un abito della Collezione Bianca). Divenne una musa, un’amica, quasi una sorella.
E poi Liz Taylor, Sophia Loren, e le nuove generazioni: Julia Roberts ritira l’Oscar per Erin Brockovich in un Valentino vintage, Cate Blanchett incanta Cannes. Sei attrici hanno vinto l’Oscar vestite da lui. Un record che lui amava citare con civettuola fierezza.

Ma Valentino non era solo un sarto per le occasioni speciali. Era un uomo di mondo, un esteta totale. Le sue case – dal castello di Wideville alle porte di Parigi alla villa sull’Appia Antica – erano templi del gusto. Le sue feste erano leggendarie, eventi in cui Andy Warhol brindava con Madonna e le principesse europee.

L’addio alle scene e “L’Ultimo Imperatore”

Nel 2007, a sorpresa, l’annuncio: Valentino lascia. Un addio che coincide con i 45 anni della Maison e che viene celebrato con una tre giorni romana che nessuno ha mai dimenticato. Una sfilata finale che si chiude non col rosso, ma con una processione di abiti rosa, eterei, sublimi.
Dietro quell’addio c’era però l’amarezza per le nuove logiche finanziarie (il marchio era stato venduto ai Marzotto). Un dolore che il mondo scoprirà solo nel 2009 grazie al documentario capolavoro “Valentino: The Last Emperor”. Lì, il pubblico vede l’uomo dietro l’icona: le sue bizze, la sua dedizione maniacale (“Voglio cucire ancora!”), il rapporto simbiotico e commovente con Giammetti.

Il film è una rivincita morale. Le standing ovation nei cinema di tutto il mondo gli restituiscono quell’amore che forse temeva di aver perso lasciando le passerelle.

L’eredità: Piccioli, Chiuri e quelle lacrime a Parigi

Valentino ha avuto un altro grande merito: saper scegliere i suoi eredi. Nonostante una parentesi infelice con Alessandra Facchinetti, aveva individuato in Maria Grazia Chiuri e Pierpaolo Piccioli (suoi storici collaboratori agli accessori) il futuro. E aveva ragione. I due, e poi Piccioli da solo, hanno portato il marchio verso una seconda giovinezza, rispettando i codici del Maestro ma parlando ai millennial.

L’immagine che forse ci porteremo nel cuore risale al luglio 2019. Parigi, sfilata Haute Couture. Al termine dello show, Pierpaolo Piccioli esce a salutare. Ma non va verso i fotografi. Corre verso la prima fila, dove siede un anziano signore abbronzato, elegantissimo. Le sarte dell’atelier, quelle “mani d’oro” che avevano cucito per lui per decenni, escono dalle quinte e lo circondano, abbracciandolo, piangendo.
In quell’abbraccio collettivo c’era tutto: la gratitudine, il rispetto, l’amore puro per un uomo che aveva dato lavoro, dignità e sogni a tutti loro.

Addio Maestro. Il mondo sarà inevitabilmente un po’ meno bello – e sicuramente meno rosso – senza di te.

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