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FBI rivela: “Angela Celentano vive in Bulgaria e si chiama Anna”. Il rapporto segreto sulla scomparsa

FBI rivela: “Angela Celentano vive in Bulgaria e si chiama Anna”. Il rapporto segreto sulla scomparsa

Un rapporto Fbi: «Angela, c’è un sospettato e una pista in Ungaria». Trovato un «altarino» della bambina in casa di un uomo: «Viveva nel suo culto, forse l’ha uccisa». La famiglia: speriamo ancora
VICO EQUENSE (NAPOLI) — Gli «americani » sono in cinque. Tre investigatori, più due assistenti legali. Entrano nella villa assieme ai carabinieri. I militari guardano in giro, aprono cassetti e sportelli, trovano delle riviste pornografiche, alcune videocassette. Sono i primi mesi del 2004, la casa si affaccia sul mare, dalle finestre si vede il Golfo di Napoli. Il primo detective che entra in camera da letto nota un ripostiglio, entra, alza improvvisamente la voce: «Venite qui subito».
Gli altri si precipitano, sentono il sangue gelarsi nelle vene: sul retro della stanza c’è «un altarino alla vittima». La vittima è Angela Celentano, la bambina scomparsa 23 anni fa, il 10 agosto 1996 durante un pic-nic sul Monte Faito. E il padrone di quella casa è il «principale sospettato» della sua sparizione.
La villa perquisita si trova proprio sul Faito. In un angolo nascosto, in penombra, sono allineate «immagini sacre, fotografie della bambina e un cappellino che somiglia molto» a quello che Angela indossava il giorno della scomparsa. Lo stesso che ha in testa nel video girato quella mattina, passato infinite volte in tv, con la piccola che sorride mentre gioca con altri bambini pochi minuti prima di essere inghiottita nel nulla.

AGENTI DELL’FBI – Gli «americani» sono agenti dell’Fbi. Per più di tre anni, a partire dal 2000, hanno collaborato con gli investigatori italiani nelle indagini sulla scomparsa. Nel luglio 2004 l’ufficio legale dell’ambasciata statunitense a Roma invia ai magistrati di Torre Annunziata una relazione con i dettagli e i risultati di quell’inchiesta. Tre pagine che contengono la «verità dell’Fbi» sul rapimento Celentano. L’ultima villa perquisita è dell’uomo intorno al quale gli ispettori speciali arrivati da Washington hanno stretto il cerchio.

LA VICENDA – Angela Celentano scompare una mattina d’estate. Era salita con i genitori sul monte, poco lontano dalla casa della famiglia, a Vico Equense. È la scampagnata annuale della Comunità evangelica, una cinquantina di persone, la madre Maria che chiede al marito: «Angela ha mangiato?». Lui si gira e non trova più la figlia, che era là intorno soltanto pochi minuti prima. Partono le ricerche. Per giorni viene setacciato ogni angolo della montagna.
Cominciano indagini frenetiche, che si prolungano in anni di interrogatori, perquisizioni, intercettazioni. Si scava nel passato delle persone più o meno vicine alla famiglia. Si seguono tutte le piste: pedofilia, rapimento da parte degli zingari, un «padre biologico» che sarebbe andato a riprendersi la figlia. Finisce tutto nel nulla, mentre le segnalazioni si accavallano, fino a oggi. L’ultima è arrivata lo scorso aprile: Angela sarebbe in Bulgaria e si chiamerebbe Anna.
Ipotesi verificata dall’Interpol, ennesima voce senza esito. Oggi Catello e Maria Celentano combattono con la fede e con la ragione, contro un’angoscia che non li abbandona: «Nostra figlia è finita nel circuito delle adozioni illegali», dicono. A volte, nella loro mente si affaccia il pensiero di una disgrazia: «Ma sentiamo che è viva ». E poi: «Se fosse morta, anche un cane senza coscienza manderebbe una segnalazione anonima per dire “il corpo è là, andate a recuperarlo”. Non è possibile che dopo undici anni si tenga una famiglia in queste condizioni ».

LE INDAGINI – I fascicoli aperti dalla magistratura sono stati dieci. Ne rimane aperto solo uno, più che altro per poter permettere le ricerche in caso di nuove segnalazioni. La relazione dell’ambasciata Usa rivela però un filone di inchiesta che in questi anni è rimasto segreto. Nel 2000, a quattro anni dal rapimento, le autorità italiane hanno chiesto la collaborazione dell’Fbi.
Racconta un inquirente: «Negli Stati Uniti capitano molti più casi del genere, hanno più esperienza, per questo abbiamo cercato il loro aiuto».

Dopo la richiesta di «consulenza», la superpolizia americana invia tre fra gli uomini più esperti del Cirg/Ncavc, unità specializzata che interviene solo per delitti gravissimi come rapimenti di bambini o serial killer. Il gruppo si è messo al lavoro e ha riesaminato il caso di Angela secondo il metodo dei cold case, ai quali l’Fbi dedica da anni enormi risorse: investigatori esperti riprendono in mano le carte dei casi freddi e, anche dopo anni, scavano alla ricerca di particolari sfuggiti o piste non approfondite.
Nella relazione inviata alla procura di Torre Annunziata, datata 30 luglio 2004, l’Fbi è convinta di avere in mano un colpevole e un’affidabile ricostruzione della vicenda. Gli investigatori hanno fornito «assistenza continua a partire dal marzo 2000», hanno riesaminato la scena del crimine, dato suggerimenti, partecipato a nuovi interrogatori. La prima conclusione è drammatica: gli uomini dell’Fbi ritengono «che lo scenario più probabile» sia la morte «accidentale della vittima nel giorno del picnic » e che «il corpo sia stato occultato». Secondo l’Fbi il responsabile sarebbe una uomo che quel giorno era sul monte Faito.
Incrociando vecchi verbali e nuovi interrogatori, arrivano a individuare un uomo della zona che quel giorno era alla scampagnata. Per questo chiedono una perquisizione nella sua «seconda casa», e là scoprono l’«altarino ». Ma i rilievi successivi, nonostante la convinzione degli agenti di Washington di avere in mano un colpevole, non sono sufficienti a un’incriminazione.

I DUE DODICENNI – Il punto da cui è ripartita l’Fbi è la discordanza tra le parole di due ragazzi che all’epoca del rapimento avevano 12 anni e che ai carabinieri avevano dato due versioni incompatibili. Il primo, Renato, ha sempre raccontato che stava scendendo verso il parcheggio per portare un pallone in macchina e Angela l’ha seguito. A un certo punto lui ha detto alla bambina di tornarsene indietro e non l’ha vista più. Un mese dopo però un secondo bambino, Luca, racconta di aver visto Renato scendere per mano con la bambina e di essersi offerto di riportarla alla madre. Ma lui avrebbe rifiutato e continuato a scendere.

Le due ricostruzioni sono sempre rimaste divergenti. C’è stato il sospetto di pressioni. Particolari taciuti, o falsi, o amplificati. A riprendere in mano quel lavoro saranno ora Daniele Berteggia e Clara Moretti, gli avvocati cui si è affidata la famiglia Celentano dallo scorso gennaio. I legali proveranno a far ripartire le indagini: «Il problema di oggi — spiegano — è che manca una visione di insieme. In questi anni c’è stata una grande evoluzione delle tecniche di indagine scientifica. Non è detto che alcune piste abbandonate all’epoca non possano dare ora uno sbocco diverso».

IL COMITATO – Catello Celentano non si arrende. È uno dei promotori del comitato «Troviamo i bambini». Una battaglia portata avanti assieme alla presidente Coralba Bonazza, che spiega: «Abbiamo chiesto alle compagnie telefoniche di poter inviare mms con i volti dei bambini scomparsi, ma non ci hanno aiutato. Chiediamo spot televisivi di pochi secondi. C’è una sola speranza per l’angoscia di troppe famiglie: che più persone possibile vedano il volto del loro figlio».

Diffusione massiccia delle immagini come «dovere civile di uno Stato». Unica speranza di padri e madri: le segnalazioni. Anche a rischio della delusione, anche col timore di ritrovarsi all’improvviso catapultati, inutilmente, in un circolo di aspettative abnormi. Catello Celentano racconta il caso più clamoroso: «Una mattina mi chiamarono i giornalisti, parlandomi di una segnalazione certa su Angela. Non sapevo niente, cercai i carabinieri, mi mandarono una macchina perché avevano una bambina da farmi vedere. La notizia era già finita in tv e fuori dalla caserma attraversai due ali di folla, tutti battevano le mani e festeggiavano». Poco dopo Catello chiamò la moglie al telefono: «Non è Angela Celentano», disse semplicemente. E poi fu costretto, lui, a scendere in strada per avvertire i giornalisti e i curiosi: «Mia figlia non è stata ritrovata».

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