Si chiude il capitolo tecnico davanti al GIP. Il quadro che ne esce è complesso: Sempio non ha lasciato tracce “visibili”, mentre un vecchio reperto torna ad accusare (o scagionare?) Stasi.
L’udienza di ieri, giovedì 18 dicembre, ha segnato un punto di non ritorno nel giallo infinito di Garlasco. Davanti al giudice si è chiuso l’incidente probatorio su Andrea Sempio, il 37enne indagato per l’omicidio di Chiara Poggi. Gli esperti hanno depositato le loro conclusioni definitive, disegnando uno scenario che, paradossalmente, potrebbe riaprire la partita per il condannato definitivo, Alberto Stasi.
Nessuna impronta, ma spunta la cannuccia
Il primo dato certo emerso in aula è l’assenza totale di impronte digitali di Andrea Sempio all’interno della villetta di via Pascoli. I periti sono stati chiari: il “nuovo” indagato non ha lasciato tracce dattiloscopiche.
Il colpo di scena arriva invece dalla spazzatura, repertata quel tragico 13 agosto 2007 e analizzata con tecnologie moderne. Sulla cannuccia di un Estathé è stato isolato il DNA di Alberto Stasi. Questo dettaglio smonta l’ipotesi che Chiara avesse fatto colazione con il suo assassino (un ospite inatteso): la cannuccia apparteneva verosimilmente al fidanzato storico ed era lì da tempo.
Il rebus genetico: contatto diretto o indiretto?
Resta il nodo del materiale genetico trovato sotto le unghie della vittima, riconducibile alla linea maschile di Sempio. Gli esperti hanno “cristallizzato” un’incertezza fondamentale: quella traccia non è databile.
Essendo Sempio un amico del fratello di Chiara (Marco) e frequentatore della casa, è impossibile stabilire se quel DNA sia finito sulle mani della ragazza per un contatto violento durante l’aggressione o per un semplice “trasferimento mediato” (toccando un telecomando, un asciugamano o una maniglia usata prima dall’indagato).
L’ultima carta: l’orario della morte
Ora la palla passa alla Procura di Pavia, ma l’attenzione si sposta tutta sulla super-consulente Cristina Cattaneo. L’anatomopatologa sta lavorando all’elemento che potrebbe far saltare il banco: l’orario del decesso.
La sentenza della Cassazione fissava la morte tra le 9.12 e le 9.35. Se la nuova perizia dovesse spostare le lancette in avanti, anche solo verso le 10.00, Alberto Stasi avrebbe un alibi di ferro (a quell’ora lavorava alla tesi al computer). Sarebbe la chiave per chiedere la revisione del processo e riscrivere la storia giudiziaria italiana.
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