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Giallo Garlasco, dopo 10 anni pubblicata l’intercettazione choc: “Chiara uccisa con una stampella”

Giallo Garlasco, dopo 10 anni pubblicata l’intercettazione choc: “Chiara uccisa con una stampella”

Alberto Stasi versione detective. Indagato e indagatore. Alberto che si interessa meticolosamente agli sviluppi dell’inchiesta, che si preoccupa per la sua posizione tempestando di telefonate gli avvocati. Alberto che, allo stesso tempo, prova a fissare – ora con freddo puntiglio, ora sfogandosi con gli amici – i contorni del giallo che lo ha travolto. Affaccia dubbi e sospetti (parla di una stampella come possibile arma del delitto); si stizzisce per gli accertamenti “superficiali” che hanno riguardato altri; mostra un atteggiamento sprezzante nei confronti degli investigatori. E, soprattutto, getta ombre pesanti su Paola e Stefania Cappa, le cugine della sua fidanzata, Chiara Poggi, massacrata la mattina del 13 agosto a Garlasco.

Dopo oltre 10 anni dal delitto di Garlasco spuntano fuori le 806 pagine di intercettazioni telefoniche depositate durante il processo per omicidio, finito con la condanna per Alberto.

Dai verbali emerge un Alberto inedito: eccolo, il 30 aprile 2008, mentre parla con la madre Elisabetta Ligabò. Dopo una telefonata con uno dei suoi avvocati, Giuseppe Colli, Stasi commenta l’esito di un esame scientifico sui capelli ritrovati sulla scena del delitto. Il dialogo ruota attorno all’autodifesa dell’unico indagato e alla speranza che le indagini si indirizzino altrove. Dice l’ex fidanzato della vittima: “… si! cioè, quello con il bulbo era di Chiara!… E gli altri non si riesce a tirar fuori niente per il momento”. “Ho capito”, risponde la madre. E lui: “Vabbè niente peccato! Ah, però un capello sembra tinto!”. “… mm, speriamo! Lo controllano comunque?”. “Sì, sì e speriamo che sia di quella t… della Cappa!”. Lo ripete due volte. La madre annuisce: “Eh, davvero, va bene, ok”.

Non è la prima volta che l’ex bocconiano mostra qualcosa di più di un semplice astio nei confronti delle due cugine di Chiara. Il 20 novembre 2007, in una lunga conversazione telefonica con Marco Panzarasa, ex compagno di liceo e suo amico del cuore, sbotta: “Ma che c… vuole la Stefania Cappa?!”. Al centro della discussione, c’è l’imminente uscita di un servizio fotografico sul settimanale “Chi” che ritraeva Alberto in un uscita notturna con un gruppo di amici, servizio del quale Stefania sembrava essere informata e della cui pubblicazione aveva avvertito un’amica di Alberto.

“Quella lì deve soltanto stare attenta che gli vengano a sequestrare le macchine, le biciclette, le stampelle”. I due amici convengono sul fatto che “sarebbe anche ora!”. Alberto è ancora più esplicito: “Altro che la fotografia… Non mi parlare di quelle lì ché mi viene la pelle d’oca solo a pensarci”. È irritato. L’idea di essere stato messo sotto torchio dai carabinieri, e la diffusione dei verbali che lo riguardano, lo fanno sentire un “perseguitato”. “Mentre ad altri…”. L’amico gli offre la sponda: “… si è visto che su di loro (le gemelle Cappa, ndr) non hanno fatto praticamente un c… “. E Stasi: “Sì, vanno lì, perquisizione, tre scontrini!… E quella è una perquisizione?”. Il ventiseienne si dilunga in pettegolezzi (infondati) sulle cugine di Chiara: “Mi hanno detto che hanno beccato una delle due con la madre a rubare al Famila”, che è un centro commerciale. Aggiunge: “Vi rendete conto con chi avete a che fare?… sono degli angeli di Garlasco… Non ho parole…”.

Ma quello che più interessa ad Alberto sono gli sviluppi delle indagini. In senso tecnico. La stampella. Quella di cui Stasi, mesi prima, ha già parlato con gli avvocati. È il 7 ottobre 2007. Il giovane riferisce di una lettera che è in suo possesso e annuncia che chiederà al professor Francesco Avato, il suo consulente tecnico, se è possibile che Chiara sia stata colpita da una stampella. Una supposizione – ipotizzano gli investigatori – suggerita dalla stessa lettera. “Ma perché non vanno neanche a controllare?”, chiede Stasi.

Nei confronti degli investigatori Alberto non è solo critico: è anche sprezzante. Sono gli amici a raccogliere i suoi sfoghi: “Lavorano un giorno alla settimana”, “è per questo che ci impiegano 60 giorni”, dice riferendosi a un rinvio della chiusura indagini. È consapevole di essere ascoltato giorno e notte. “Da adesso in poi sarò intercettato a vita”, dice ridendo il 4 dicembre 2007 nello studio dei suoi legali. Degli investigatori pare prendersi gioco: “Salutiamo il maresciallo”, “salutiamo i teleascoltatori”, scherza spesso con gli amici. Il 7 giugno 2008, Serena, una sua amica, è al concerto di Vasco Rossi, allo stadio di San Siro. Nel gruppo c’è anche Panzarasa. Alberto lo chiama dopo lo show: “… prima si sentiva tutto lo stadio che cantava… E allora ho pensato, e adesso come fa il vicebrigadiere a trascrivere la telefonata?… (ride)”. E l’amico: “Io al tuo posto parlerei in inglese vecchio”. “Guarda che io e la Sere ci mandiamo gli sms in inglese quasi sempre (ride)… In tedesco no, è eccessivo… Mi sa che hanno dovuto nominare un perito!”.

Quel che più colpisce, in tutti i dialoghi di Alberto, è l’assenza di riferimenti a Chiara. Anche i sentimenti nei confronti della famiglia Poggi (dopo i primi mesi nei quali i genitori dei due ragazzi si telefonano spesso facendosi coraggio gli uni con gli altri), si intiepidiscono. Gli equilibri si fanno più delicati. E così, quando il 16 aprile 2008, apprende che, dopo otto mesi di attesa, i familiari di Chiara possono finalmente riaprire la casa del delitto ora dissequestrata, Stasi sembra seccato. “Ma da quando gli ridanno la casa? – ragiona con Panzarasa – . E dissequestrano la casa senza dircelo?”.