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Coronavirus: è più grave di quanto ora si vuol far credere. Ecco quello che non vi stanno dicendo e l’unica cosa da fare subito

Due esperti di fama internazionale, uno statunitense ed un italiano, mettono in dubbio i dati ufficiali e l’efficacia delle politiche di contenimento dell’emergenza. Forse il coronavirus non è sotto controllo come i governi e le autorità sanitarie raccontano, anche per evitare conseguenze economiche devastanti e al contrario c’è in atto un’emergenza molto più grave di quanto si voglia far credere.

Alcuni esperti hanno ragionato “oltre” i dati ufficiali e, esaminandoli e interpretandoli con le loro conoscenze scientifiche, sono arrivati a implicazioni ben diverse di quelle sostenute nelle versioni comunicate all’opinione pubblica per avere un effetto “tranquillante”. Quando qualche scienziato prende la parola e lancia un messaggio pubblico per dissentire dalle informazioni “di regime” c’è da preoccuparsi e queste voci vanno ascoltate con attenzione.

Il primo allarme arriva oggi dagli Stati Uniti, dove un famoso scienziato, il 79enne Anthony Fauci, esperto mondiale in epidemie virali e direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases, ha lamentato di essere stato “imbavagliato” dal presidente Usa, Donald Trump, per non fargli dire la verità, che a suo dire è ben diversa da quella ufficiale.

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“Credo che questa epidemia si avvii a diventare una di quelle che, quando guarderemo indietro, diremo: oddio, era cattiva”, ha detto Fauci, secondo quanto riporta il quotidiano Italia Oggi. E a dirlo è un esperto che ha coadiuvato ben 6 presidenti Usa nella gestione di epidemie come l’Hiv e l’Ebola, cioè alcuni tra i virus più letali di sempre.

Trump vorrebbe far credere all’opinione pubblica che l’epidemia sia sotto controllo ma per Fauci non è così, e lo dimostra la veloce espansione del contagio e la sua stessa emarginazione dai dibattiti sul tema, insieme a quella di altri scienziati ed esperti di salute pubblica. Addirittura Fauci sostiene di essere stato sottoposto dal suo governo a censura preventiva, quando il vicepresidente Usa, Mike Pence, gli avrebbe chiesto di rivedere le interviste già rilasciate. Lo scienziato risulta sgradito all’amministrazione in carica anche perché ha smentito le dichiarazioni dello stesso Trump sull’arrivo imminente di un vaccino contro il coronavirus.

L’epidemiologo: “Non ne usciremo illesi”

““Non penso che ne usciremo fuori illesi”, ha affermato l’epidemiologo, che già nei giorni scorsi aveva previsto l’esplosione di casi negli Usa, come è accaduto, contrariamente alle previsioni ottimistiche di Trump. Al di là delle pur autorevoli cassandre d’oltreoceano – che comunque incrinano la fiducia nella verità ufficiale raccontata dai Governi delle maggiori potenze mondiali a partire dagli Usa (per quanto riguarda la Cina era già emerso che barava sui dati per tenere basso il numero dei casi ufficiali, fin quando ha potuto farlo) – anche guardando più da vicino, i segnali che giungono non sono confortanti.

Già il fatto che l’Italia sia stata isolata dalle rotte aeree mondiali e che la stessa Cina abbia imposto la quarantena agli italiani in arrivo a Pechino la dice lunga sul fatto che l’infezione è considerata così pericolosa da voler evitare anche i “contagi da ritorno” da parte del Paese nel quale l’epidemia aveva avuto origine ed era esplosa, causando un allarme mondiale che fino a meno di due mesi fa era stato ampiamente sottovalutato da quasi tutte le Nazioni e sottaciuto dalla stessa Cina.

Ma ora, soprattutto, arriva un esperto italiano a dire che i dati epidemiologici non contengano tutta la verità ed abbiano anzi implicazioni sconvolgenti, ben diverse dal significato che ad essi attribuisce il nostro Governo. Stando ai dati ufficiali, nel mondo ci sono poco più di 90mila casi di coronavirus accertati, con 3.117 vittime e dunque un tasso di letalità di poco più del 3%, mentre le persone già guarite sono 48mila , più della metà dei malati; in Italia abbiamo 2.263 persone contagiate e 79 vittime.

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Invece secondo il sociologo Luca Ricolfi, presidente della Fondazione David Hume, i tassi di propagazione del virus sarebbero ben superiori a quelli ufficialmente dichiarati e perciò, se la diffusione non verrà rallentata, il numero dei decessi potrebbe impennarsi anche in Italia e arrivare presto a svariate migliaia. Intervistato da Italia Oggi, dimostra il suo ragionamento in base a parametri matematici: il dato noto di partenza “è che, su 100 infetti, ne muoiono 2 o 3. Questo dato, da solo, ci dice che, ove avessimo 8 milioni di infetti (come in una comune influenza), il numero di morti sarebbe compreso fra 160 e 240 mila”.

Ma se a questo si aggiunge l’ipotesi di un tasso di propagazione maggiore e più veloce dei 2 o 2,5 contagiati al massimo per ogni infettato, arrivando a 4 o 5 (come qualche virologo già ritiene) allora la diffusione risulta molto più rapida e coinvolge un numero molto più alto di persone: diventa “un dramma” che richiede “politiche di contenimento drastiche”, altrimenti “il numero degli infettati non ci metterà molto ad arrivare a qualche milione, come accade con l’influenza stagionale.

Questo comporterebbe enormi difficoltà per il nostro sistema sanitario, prima ancora che gli incalcolabili danni all’economia. A parere di Ricolfi, non c’è da star tranquilli neppure pensando al caldo in arrivo che dovrebbe indebolire il virus, perché non sappiamo ancora come reagirà e se è davvero così sensibile al caldo come si pensa.

L’unico rimedio, secondo il presidente della Fondazione Hume, è quello di intervenire con una “campagna massiccia di tamponi” per anticipare il più possibile le diagnosi, isolare i soggetti colpiti e così ostacolare in maniera efficace la propagazione del contagio; vale a dire, proprio il contrario di quanto il ministero della Salute sta facendo in questi giorni, insieme a molti altri Paesi europei che negli ultimi giorni, a differenza delle scorse settimane, limitano questo esame allo stretto necessario.

“Fermiamo tutto per un paio di mesi, altrimenti saremo in guerra”

Analizzando i dati, il sociologo spiega il fatto che il Nord sia stato molto più colpito del Sud Italia per la presenza iniziale di un “paziente  super-spreader (ultra-capace di infettare), che da solo ha dato luogo a una catena di contagi molto vasta” – in effetti il paziente zero non è stato mai trovato –  ed anche per il fatto che Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna sono le regioni più produttive e internazionalizzate del Paese e dunque quelle più coinvolte negli scambi e circolazione con l’estero.

Fatto sta che l’Italia è diventata per alcuni giorni il terzo Stato del mondo per numero di contagiati, dopo la Cina e la Corea e tuttora svetta tra le prime posizioni; ma a chi ritiene che ciò sia dovuto alla maggior cura delle rilevazioni e in particolare al maggior numero dei tamponi fatti in Italia rispetto all’estero, Ridolfi obietta che “è una sciocchezza” e lancia il monito: “Se ci fermiamo per un paio di mesi e ci occupiamo solo di salvare la pelle, forse potremmo uscirne con una semplice recessione, più o meno come nel 2008. Se invece ci intestardiamo a far ripartire l’economia subito, questo aiuterebbe la circolazione del virus e potrebbe essere la catastrofe. Che a quel punto non si misura sui punti di Pil perduti ma, come in guerra, sul numero di morti”.

Dunque il cammino per uscire dall’emergenza  coronavirus è ancora lungo, e non è ancora arrivato il momento di abbassare la guardia: “Il tentativo di riaprire le attività, tornando alla vita normale, produrrebbe effetti catastrofici. Quest’ultima cosa, il ritorno alla normalità, non possiamo ancora assolutamente permettercela”, conclude Ricolfi.

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