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“Che si ammazzi”: la gogna social uccise Valerio (innocente)

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Accusato ingiustamente sul web, condannato dalla piazza, scagionato troppo tardi dalla tecnologia. La storia di Valerio, vittima dei “leoni da tastiera”, arriva finalmente in tribunale.

Manca poco al triste anniversario. Il prossimo 22 gennaio 2026 saranno passati esattamente tre anni da quando Valerio Saba, 28 anni, decise di farla finita nella sua casa di Guspini, nel Medio Campidano. Non fu un gesto inspiegabile, ma l’epilogo drammatico di una “esecuzione” digitale. Valerio si tolse la vita impiccandosi, lasciando un biglietto di scuse alla madre, perché non resse al peso di una gogna mediatica feroce che lo aveva dipinto come un “mostro”.

Oggi, però, la giustizia presenta il conto. Tra un mese inizierà il processo per quattro persone, accusate di diffamazione e morte come conseguenza di altro delitto. Sarà un tribunale vero, e non quello di Facebook, a stabilire le responsabilità di chi scatenò l’inferno.

La caccia all’uomo nata da un post su Facebook

L’incubo di Valerio iniziò per un tragico equivoco, amplificato dalla cassa di risonanza dei social network. Tutto partì dal racconto di un bambino di 7 anni che riferì di essere stato avvicinato da un uomo, indicando un modello di auto specifico. Il padre, non trovando immediata risposta in caserma, scrisse un post sul gruppo del paese.
La miccia era accesa: partì la caccia al “pedofilo”. In un paese di 11mila anime, quel modello di auto lo possedevano in pochissimi, tra cui Valerio. Senza prove, senza denunce formali, il nome (o l’identificazione tramite l’auto) iniziò a circolare accompagnato da frasi agghiaccianti: «Cercatelo», «Mandatelo in galera», fino al terribile «Che si ammazzi». E Valerio, schiacciato dalla vergogna per qualcosa che non aveva fatto, crollò.

L’innocenza provata dal GPS (ma era troppo tardi)

La verità, emersa dopo la tragedia, è ancora più dolorosa. Valerio Saba era totalmente estraneo ai fatti. I Carabinieri non lo avevano mai nemmeno inserito nella lista dei sospettati. A scagionarlo definitivamente c’è la tecnologia: i dati del GPS della sua auto hanno confermato che, negli orari in cui avvenivano i presunti adescamenti, il ragazzo si trovava lontano da Guspini, da tutt’altra parte.

«Voglio che con una sentenza sia riconosciuto e cancellato tutto ciò che di male gli è stato fatto», è il grido di dolore della madre, che attende questo processo da tre anni. La strada non è stata facile: le prime querele per diffamazione erano state archiviate, ma grazie alla tenacia della famiglia e dell’avvocato Enrico De Toni, il GIP ha infine disposto l’imputazione coatta. Ora la parola passa ai giudici, per restituire a Valerio almeno la dignità della memoria.

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